"Il Patto" di Federica Taddia


“Il Patto” è un romanzo breve che, complice una prosa fluida, si lascia leggere agevolmente. Nel testo, per il resto ben scritto, stranamente, figurano alcuni aggettivi, sostantivi e verbi usati con un significato diverso da quello effettivo.

Il romanzo è ambientato a Ferrara, all’inizio degli anni Novanta, protagonisti Alice e Filippo, due innamorati di estrazione sociale molto diversa

Lo stile è scorrevole, il lessico semplice, gli eventi narrati molteplici. Però c’è un però. La trama, da un certo punto in poi, non convince più. Va bene essere sfortunati, ma il povero Alfredo Trani, quanto a scalogna, batterebbe pure Willy il Coyote! È vero, “Il Patto” è pur sempre un’opera di fantasia, ma le vicende in essa narrate, dato che non parliamo di una fiaba, dovrebbero quantomeno essere un po’ aderenti alla realtà. In che senso? Non mi hanno convinto le macchinazioni di nonna Rosi, degne della più inverosimile delle telenovelas. In fondo il romanzo è ambientato negli anni Novanta e la donna, per quanto autoritaria e prepotente, dovrebbe essere affetta da un serio squilibrio nervoso per agire come agisce e non lo è. Così come mi sembra esagerato sia il comportamento del padre di Filippo, l’avvocato Venturi, che del nonno del ragazzo. Va bene le apparenze, va bene il desiderio che il figlio/nipote abbia un avvenire diverso da quello che gli si prospetterebbe sposando prematuramente Alice, ma le decisioni che i suoi congiunti prendono, in sua vece, sono davvero assurde e si spingono a estremi nemmeno lontanamente ipotizzabili per una mente sana.

Non mi ha convinto neanche l’equazione famiglia povera -solidarietà fra i suoi membri, famiglia ricca-incomunicabilità/egoismo. L’ho trovata scontata e frutto di pregiudizi.

Per il resto, la trama scorre bene fino a quando si scopre che… Beh, non voglio aggiungere altro.

Leggetelo e fatemi sapere cosa ne pensate e soprattutto se, quanto a macchinazioni inverosimili, siete del mio stesso avviso.

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