Recensione a "Piccole vite infelici" di Stefano Labbia


“Piccole vite infelici” è un romanzo che colpisce per il ritmo serrato della prosa, unito all’attualità dei temi trattati. Giovani e meno giovani lottano per la realizzazione dei loro sogni in una società dove c’è sempre meno spazio per chi vuole esprimersi creativamente mettendo a frutto il proprio talento.

Scrivere sceneggiature, girare spot, fare musica, tutto diventa immensamente difficile in un mondo come quello dello showbitz italiano “dove se non hai uno sponsor famoso non puoi partecipare”.

Labbia (ma è davvero un esordiente?) riesce a delineare con consumata maestria i cinque protagonisti, ciascuno con le proprie debolezze ma anche con i propri punti di forza, eccezione fatta per E., soprannominato Caio Sano, che pare avere solo difetti. L’autore non ne tollera la spocchiosità, l’ergersi a giudice delle fatiche altrui, la smania di emergere senza fatica usando il lavoro di chi un talento ce l’ha.

Se Carlo è il personaggio negativo di questa storia, Marco è invece l’idealista, il buono, quello che si lascia sfruttare e si innamora sempre della ragazza sbagliata. Il vero creativo, il talentuoso, costretto a fuggire all’ estero perché in Italia le sue doti non trovano uno sbocco costruttivo.

Fra questi due estremi, fra questi personaggi agli antipodi, si collocano Maya, Melina e Carlo. Le vite delle due ragazze, nel corso della narrazione, imboccheranno strade stupefacenti con epiloghi surreali, mentre Carlo… beh lo scoprirete leggendo.

Tutto è spinto al limite in questo romanzo che, nella tragicità di certe vicende, sfiora quasi la comicità. Romanzo di denuncia sociale che fotografa un’Italia nella quale, a livello lavorativo, “tutti possono fare tutto”. Fa male vedere anni di studio e talenti rinchiusi fra le pareti di un call-center o fra le quattro mura di un ufficio, nel settore contabile. Una sconfortante teoria di lauree e specializzazioni ridotte a carta straccia che alimentano frustrazioni, frammiste a lacrime e propositi suicidi: questo è il mondo che lasceremo alle nuove generazioni?

Un “pezzo di paradiso” – la storia di Marco docet- o una via (illusoria?) di fuga la si può trovare nel vero amore, ma una domanda sorge spontanea in chi legge: può l’amore di coppia fungere da antidoto alle molteplici magagne di una società malata nel profondo come chi ne fa parte?

La prosa icastica di questo bravissimo autore scava come un coltello indugiando nella descrizione della realtà che ci circonda, frutto dell’assenza di valori e di una crisi economica sempre più profonda:


“Esistenze frenetiche e convulse. A tratti gelide, prese da affanni e logorate dalla vita moderna, prevalentemente vissuta tramite mezzi meccanici ed elettronici. Forse alla fin fine vuote. Troppo occupate a fare e a non vedere. A creare, a lavorare, a guadagnare e a non amare. Né se stessi né gli altri.”

(Da “Piccole vite infelici” di Stefano Labbia)

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