Recensione a "Poco Futuro" di Sergio Beducci


La raccolta di racconti o di pagine, così come l'ha definita l'autore nella email che ci ha inviato, ha un titolo emblematico. Ne emerge la visione di una realtà devastata e devastante che arriva come un pugno allo stomaco del lettore.

Sergio Beducci osserva la società contemporanea per quella che è: convulsa, alienata, alienante, priva di senso. Ovvio che in uno scenario del genere non possa che esserci "pocofuturo" per non dire nessuno.

La silloge ha dei pregi indiscutibili: compattezza ed eleganza stilistica, pathos, capacità di coinvolgere emotivamente il lettore. La prosa è fluida e i personaggi credibili nel modo di porsi ed esprimersi, eppure, in qualche modo c'è qualcosa che stona.

Sergio Beducci riesce a raggiungere punte di notevole espressività soprattutto in un paio di racconti. Sa descrivere in maniera magistrale il dolore di casi estremi: la depressione di un giovane nerd in "La fisica di neutrini" e la condizione di un ragazzino malato di un tumore al sangue in "Come bolle di sapone". Riesce a rendere i personaggi veri, umani, dolorosamente vivi. Tocca punte di lirismo, forse senza nemmeno rendersene conto. Scalda il cuore di chi legge, dimostrando che non tutto è perduto, che al di là di una realtà sconfortante, di un'assenza di valori e di un modo che procede al contrario, qualcosa di umano è ancora rimasto.

Come dicevo però in questa raccolta, a mio avviso, c'è qualcosa che stona. L'autore ha perso l'occasione, dopo un paio di racconti che fanno pensare ai contenuti del film "I nuovi mostri" ("Giovanna ha sempre fretta"e "Questo eroe dei nostri tempi") di approfondire il filone, preferendo interrompere la sequenza per dare spazio a qualche racconto-fotogramma di minor spessore. Un peccato, dal mio punto di vista.

Le sue pagine sono popolate della amoralità, follia, apatia, senso di smarrimento, depressione dei suoi protagonisti. Solo in alcuni racconti ("Alice se ne va", "Gli occhi come il mare", Un natale diverso", ad esempio) si incontrano personaggi incapaci di fare del male, capaci di provare sentimenti. Il resto è vuoto pneumatico, nulla, individualismo esasperato, malvagità, vendetta, rancore: un agglomerato di negatività che culmina nella rivisitazione de "Che festa" con il suo epilogo agghiacciante che sembra messo lì a bella posta per costruire un finale ad effetto, forse, un po' forzato.

A Sergio Beducci auguriamo nuove prove e di cimentarsi in una silloge che renda fino in fondo giustizia alla sua bravura osando

di più e assecondando la sua ispirazione fino a farsene travolgere.


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