"Un cuore oscuro" di Maria Luisa Minarelli

“Un cuore oscuro” di Maria Luisa Minarelli è un romanzo, inserito nelle categorie giallo e thriller, sul quale faccio fatica a esprimere un giudizio omogeneo.

Se la ricostruzione storica del periodo fascista e la narrazione si integrano perfettamente, segno questo che l’autrice ha effettuato un buon lavoro in tal senso, ci sono aspetti che mi lasciano perplessa.

Procediamo con ordine. Lo sviluppo della trama di questo giallo è veramente singolare. Il perché è presto detto. Fin dal principio il lettore viene messo al corrente dell’identità dell’assassino. Il libro è tutto uno scavare nel passato della contessa Aldrovandi, alla ricerca dei suoi scheletri nell’armadio. Procedendo a ritroso nel tempo, il commissario e i suoi zelanti collaboratori, infatti, portano alla luce vari crimini commessi dalla nobildonna, ma c’è un ma.

Il ritmo narrativo, a mano a mano che la trama si sviluppa, si fa lento e pesante e la figura dell’omicida perde gradualmente credibilità. Si fatica a credere che abbia commesso una serie infinita di delitti semplicemente spinta dalla sua natura superficiale e frivola. La brama di potere dell’assassina viene propinata al lettore come frutto della sua ansia di riscatto, perché la donna in realtà proviene da una famiglia poverissima. Quante donne povere e ambiziose ci sono al mondo e quante di loro si trasformano, strada facendo, in perfette criminali?

Altrettanta fatica si fa a credere che la contessa abbia ucciso la sua sarta solo per nascondere una relazione, risalente a decenni prima, con un gerarca fascista.

Inoltre, non mancano situazioni già viste altrove. Il commissario, Marco Pisani, ha un superiore miope, molto miope, incline a trarre conclusioni decisamente affrettate riguardo all’indagine in corso; in più il binomio commissario uomo-strizzacervelli donna

ricorda vagamente “Last Cop”, serie televisiva tedesca di genere poliziesco.

Cosa dire poi di certe circostanze molto fantasiose? Un ragazzo con piccoli precedenti, fratello di un famigerato spacciatore, riesce a redimersi, grazie all’interessamento del commissario; il commissario, che è un vero paladino del recupero dei giovani sbandati, gli trova lavoro e e gli prospetta l’opportunità di entrare a far parte del corpo di Polizia.

Insomma, in certi passi, la fervida fantasia dell’autrice perde il senso della misura imboccando percorsi ben poco realistici.

Il libro, a parte qualche errore legato ai modi verbali, è ben scritto, ricco di personaggi, di eventi e di storia, ma può bastare?

Leggetelo e fatemi sapere cosa ne pensate.

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