"Strisce di Luna" di Felice Diego Licopoli


Una raccolta corposa e densa di storie di vita quella di Felice Diego Licopoli. Una trilogia che scandaglia l’animo umano, soffermandosi soprattutto sui suoi lati oscuri.

Il più luminoso dei suoi tre racconti è il primo, nel quale Diego sembra ribadire come possano trovarsi barlumi di generosità nei luoghi più miseri e squallidi e nelle persone più impensabili: nei reietti, nei paria, nei cosiddetti scarti della società.

Si possono ricevere lezioni di vita anche da un ergastolano, che innanzitutto è e rimane un uomo, se si superano le barriere del pregiudizio. Si scopre così che la corsia preferenziale attraverso la quale si arriva alla criminalità spesso, anche se non sempre, è il dolore per il male ricevuto. Del resto chi può arrogarsi il diritto di giudicare la vita altrui? Nessuno.

Altro tema caro a “Il Lungo Ritorno” è l’imprevedibilità della vita che tutto ci toglie, ma altrettanto può restituirci, perfino con gli interessi.

E proprio perché in questo racconto si coglie un messaggio di umanità e speranza, nonostante le vicissitudini e le prove cui il protagonista viene sottoposto, che lo prediligo. Data anche la sua lunghezza, ne avrei fatto un vero e proprio romanzo, svincolandolo dagli altri due. Eccellente il lavoro effettuato dall’autore che, in questa sua prima storia, ha saputo inserire le vicende narrate in un periodo ben preciso descrivendo il sogno americano, i flussi migratori, la Prima Guerra Mondiale, la mafia, etc. Eccellente anche la sua capacità d’analisi dell’animo umano. Grazie a una sensibilità non comune, si è calato completamente nei panni dei suoi personaggi dando loro non solo un corpo ma soprattutto un’anima.

Non ama le mezze misure Diego Licopoli. I protagonisti dei suoi scritti sono capaci di grande umanità o di un’efferatezza assoluta. Nessuno di loro è tiepido, annacquato, come forti sono le vicende narrate, tutte ambientate in Calabria, terra che conosce molto bene.

I tre componimenti hanno anche un altro elemento in comune: gli scenari deputati allo svolgimento della narrazione. A questo proposito, Jung, psicanalista e cultore d’astrologia, avrebbe scomodato la dodicesima casa astrologica, corrispondente ai luoghi di detenzione (carceri o istituti di pena), quelli nei quali la società tende a relegare le persone ritenute pericolose.

Nel secondo racconto di questa silloge, “Stagioni amare”, la follia del protagonista, Rocco, viene presentata come frutto delle violenze fisiche e psicologiche subite ad opera del padre alcolizzato. Il male genera altro male, in una spirale maledetta, trasformando in un mostro animato da folli istinti omicidi una persona dal carattere accomodante e tranquillo, che diversamente avrebbe avuto tutt’altra sorte.

E ancora follia e criminalità ricorrono in “Dove tramontano i sogni”, terzo e ultimo racconto. Questa volta però il male personificato dal criminale Attilio Sciaccaluga non ha alcuna giustificazione. Fine a se stesso, senza attenuanti, cieco e spietato, frutto di avidità e interesse, fa da contraltare all’umanità che caratterizza uno dei suoi complici, il giovane Francesco Corfù, e alla compassione dell’inserviente carcerario Ermete La Manna.

L’intera opera di Diego Licopoli è ricca di colpi di scena, il ritmo narrativo è serrato.

Notevole la capacità descrittiva dell’autore che, unita a uno stile incisivo, a una fantasia feconda e alle trame sapientemente congegnate, rendono questa silloge particolarmente degna di menzione.

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